Secondo la mentalità medioevale, la società era suddivisa in tre, fondamentali, classi: religiosi (Orantes), combattenti (Milites) e lavoratori (Laborantes).
Ai secondi spettava il preciso compito di difendere la comunità. In cambio dei rischi che ciò comportava, i guerrieri godevano di privilegi e ricevevano titoli onorifici. Di fatto, essi costituivano la nobiltà, i cui diversi gradi corrispondevano, in origine, alla carica militare ricoperta.
Per esempio, il titolo di “cavaliere” indicava, sotto i re carolingi, quei guerrieri sufficientemente facoltosi da potersi permettere un cavallo. Soltanto più tardi passò a definire uno status sociale, Bisogna, tuttavia, notare che ricchezza e grado militare non furono mai, necessariamente, sinonimi.
Nell’esercito di Carlo Magno militavano, per esempio, degli schiavi equipaggiati, a spese del padrone, con lancia, scudo, spada lunga e corta, arco e frecce, cavallo e brunja, un costosissimo giaccone di cuoio rivestito con scaglie di metallo.
Altri cavalieri erano contadini d’umilissima estrazione, che, in virtù dell’eccezionale valore dimostrato sul campo, ricevevano armamento e cavalcatura dal proprio signore, oppure da una comunità monastica.
Durante l’epoca feudale, i nobili si circondarono di armigeri, uomini che, pur non essendo d’alta estrazione sociale, conoscevano bene l’arte del combattimento. Infine, quando, in Italia, sorsero i liberi Comuni, vennero istituite milizie cittadine spesso ben addestrate ed armate.
I guerrieri d’ogni ceto dovevano, necessariamente, ricevere un’istruzione militare.
Poco si conosce del tipo d’addestramento praticato dai nobili. Esso veniva chiamato “armeggio”, e comprendeva, per lo più, semplici ed ingegnosi espedienti tecnici. L’apprendimento iniziava intorno ai sette anni d’età, quando il bambino, in qualità di “paggio”, diventava l’attendente d’un cavaliere. Pian piano, egli prendeva confidenza con le armi ed i cavalli, di cui aveva cura, ed imparava, con l’osservazione, le norme di buon comportamento ed il codice d’onore. Nel frattempo, temprava il suo corpo ed il suo carattere attraverso l’esercizio della lotta.
Più tardi, cominciava a maneggiare le armi, affrontando i primi combattimenti con scudo e bastone. Queste competizioni, da quel che si evince dai racconti medioevali, erano tutt’altro che incruente. I ragazzi potevano, inoltre, accompagnare il cavaliere sul campo di battaglia in veste di “scudieri”.
Si riconoscevano fra gli altri combattenti perché non indossavano l’elmo, calzavano speroni d’argento ed erano armati di daga, essendo loro proibito il porto della spada.
Questi giovani restavano esclusi dalla furia degli scontri; il loro compito era quello di comprendere, attraverso un’acuta osservazione, la difficile arte della lotta in campo aperto.
L’intelligenza strategica veniva, invece, sviluppata grazie al gioco degli scacchi. Quando si riteneva sufficiente la loro preparazione, i nobili ricevevano, attraverso una cerimonia formale detta “vestizione”, la spada e gli speroni d’oro, diventando, a pieno titolo, “cavalieri”.
Ciascuna parte del loro equipaggiamento aveva, oltre ad una funzione pratica, un valore altamente simbolico.
Particolare motivo d’orgoglio era lo scudo, sul quale figuravano i simboli araldici della casata d’appartenenza.
Le milizie cittadine si addestravano al combattimento in maniera totalmente diversa.
Periodicamente, gli abitanti dei diversi quartieri si affrontavano in finte battaglie, muniti di protezioni di legno e di vimini. I partecipanti a queste esercitazioni, suddivisi per reparti sotto specifiche insegne, si battevano con scudi e bastoni.
L’addestramento individuale prevedeva, in genere, la lotta, il lancio del giavellotto ed il tiro al bersaglio con l’arco e la balestra.
Molti praticavano, anche per diletto, il “mazzascudo”, un gioco d’arme in cui ci si batteva con clava e brocchiere. Quest’ultimo, che consisteva in un piccolo scudo rotondo, si diffuse, in particolare, presso i combattenti di più basso lignaggio.
I nobili tesero, per lo più, a spregiarne l’uso.
Nel Duecento, le tecniche di combattimento individuale avevano subito un processo di raffinamento e di sistematizzazione. N’era nata un’arte vera e propria, che in Italia ebbe nome “Scrima” o “Scrimia”.
Pare che tale termine derivi dal germanico, e, più precisamente, dal francone “skirmjan”, che significa “proteggere” (con uno scudo).
Forse gl’italiani coniarono la parola partendo dalla locuzione “Schirmeto” , cioè “scudo”, ma è anche possibile che l’abbiano assimilata dai provenzali, presso i quali l’arte di combattere con le armi bianche si definiva “Escrima”.
La nuova disciplina trovò, in Italia, un terreno particolarmente fertile.
Già intorno alla metà del XIII° secolo si ha notizia di “scarmitores”, individui abili nelle svariate discipline marziali, che, ai margini della società, conducevano un’esistenza disordinata e turbolenta.
Spregiati dai nobili e guardati con sospetto dalle autorità cittadine, questi personaggi vagavano da una località all’altra, trasmettendo, dietro compenso, le loro cognizioni tecniche a chiunque ne facesse richiesta.
Nacque, così, la professione di “magistro” (maestro) di Scrima.
Per attrarre nuovi allievi, le lezioni venivano impartite in luoghi aperti, oppure si organizzavano pubbliche dimostrazioni d’abilità. Data la grossolanità dei costumi, ciò scatenava, spesso, tafferugli e risse.
Le autorità di alcuni centri urbani si videro, talvolta, costrette a bandire le esibizioni di Scrima. Un caso simile si verificò, per esempio, ad Udine, il 15 maggio 1375.
I nobili, generalmente, disprezzavano la nuova disciplina.
Presso il loro ceto l’addestramento militare, il codice di comportamento e persino, in parte, l’armamento differivano da quelli dei cittadini.
Nessun blasonato avrebbe mai accettato un maestro d’arme plebeo, per quanto abile e valoroso quello potesse dimostrarsi. Vi fu, tuttavia, qualche caso eccezionale.
Il più noto maestro d’armeggio fu Fiore dei Liberi, nativo di Cividale del Friuli.
Appassionatosi alle pratiche marziali fin dalla gioventù, frequentò i migliori maestri della disciplina in Italia ed in Germania, dedicandosi, con particolare attenzione, alle armi più in uso fra i nobili.
Ciò gli aprì le porte di diverse corti dell’Italia settentrionale e, forse, anche centrale.
Il suo trattato del 1409, intitolato “Flos duellatorum”, fu composto, a Ferrara, per desiderio del marchese Niccolò III d’Este. Quest’opera illustra in modo completo ed esauriente l’arte del combattimento tardo-medioevale.
A tale scritto ne seguirono altri, composti da maestri d’altrettanto prestigio: “De arte gladiatoria dimicandi”, di Filippo Vadi (1482-87), “Petri Monti exercitiorum atque artis militaris collectanea” , di Pietro Monte (1509), “Opera nova”, di Achille Marozzo (1536), “Trattato di scientia d’arme”, di Camillo Agrippa (1553), “Disciplina dell’Arme”, di M. Pagano (1553), “Ragione di adoprar sicuramente l’arme”, di G. Di Grassi (1570),“Del arte di scrimia libri tre”, di M.G. Dalle Agocchie (1572), “Lo schermo”, di A. Viggiani (1575)…
La scuola d’arme italiana restò, per secoli, tra le migliori d’Europa.
Nel XVIII secolo, gli enciclopedisti Diderot e D’Alembert, nel descrivere l’Arte della Scherma, si servirono del trattato d’un maestro dal nome italiano, M. Angelo, sostenendo di non aver trovato qualcosa d’altrettanto perfetto.
Pare, inoltre, che l’arte di combattimento filippina, tanto celebrata nel mondo per la sua efficacia, sia stata fortemente influenzata dalla tecnica italiana.
Negli ultimi tempi, si sta riscoprendo l’enorme patrimonio guerriero e culturale della nostra terra. Studiosi come Massimo Malipiero, Graziano Galvani, Maurizio Maltese od Antonio G.G. Merendoni stanno compiendo lodevoli sforzi per rivalutare la tradizione marziale italiana.
Noi desideriamo apportare il nostro modesto contributo a tale opera, senza rivalità nei confronti degli altri ricercatori, ma consapevoli d’avere alle spalle trent’anni d’esperienza nelle arti marziali.